martedì 22 settembre 2015

UNA POLTRONA DA 2200 EURO

Appena insediato a Palazzo Vecchio, il Comune autorizza l’acquisto di una nuova poltrona per il sindaco Matteo Renzi: sedile in pelle nera, movimento oscillante, base in alluminio. Costo: 2.200 euro. 
Beccato con le mani nella marmellata, Renzi è costretto a scaricare la colpa sulla macchina amministrativa e la restituzione della poltrona. Peccato che la ditta che ha venduto l’oggetto abbia dichiarato successivamente che la poltrona ormai era usata e non si poteva restituirla. 
Ma gli atti, firmati dai suoi collaboratori, restano: autorizzazione all’acquisto di una poltrona da 2.200 euro adatta alle “esigenze monumentali” della sala di Clemente VII. Inoltre, con lo stesso atto Palazzo Vecchio ordinava l’acquisto di tre poltroncine e un divanetto per gli uffici del sindaco. Totale: 5.500 euro.


(http://www.ilgiornale.it/news/spese-folli-renzi-poltrona-2200-euro.html)

I BILANCI ALLEGRI

“Gravi irregolarità” nei bilanci. Le polemiche sulla gestione allegra dei conti pubblici di Palazzo Vecchio erano già emerse mentre Renzi svolgeva il suo mandato di sindaco, fra esercizi provvisori, discrepanze fra il virtuale ed il reale, polemiche interne con dimissioni di assessori. Un classico della politica del “golden boy” di Rignano. Ora si fa ancora più sul serio: sono i magistrati contabili a rilevare le scorrettezze. Il 31 luglio 2015 la Corte dei Conti ha recapitato a Palazzo Vecchio un’ordinanza con cui invita l’ente “ad adottare entro 60 giorni i provvedimenti idonei a rimuovere le irregolarità e a ripristinare gli equilibri di bilancio”, rilevando una “inosservanza dei principi contabili di attendibilità, veridicità e integrità del bilancio” ha indicato anche “violazioni in merito alla gestione dei flussi di cassa e alla loro verificabilità”.

A bilancio manca una cifra vicina ai 50 milioni di euro. In fondo bastava guardare come il Renzi sindaco di Firenze gestiva le casse del Comune: nelle previsioni inseriva ipotetiche entrate dalla vendita di immobili pubblici. Peccato che di quegli immobili Palazzo Vecchio sia riuscito a cedere solo una minima parte. In un momento di crisi del mercato immobiliare non poteva che essere così.

Fra le gestione “allegre” va annoverata anche la storia dei doppi incarichi voluti da Renzi in Ataf. Doppi incarichi per doppi stipendi: anche questo è valsa una nuova inchiesta aperta dalla Corte dei Conti nel gennaio 2015. La responsabilità di ciò non può che essere dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi, il cui Comune era, prima della privatizzazione, socio di maggioranza. Fu lui a volere con forza un solo uomo al comando per vendere l'azienda. A decidere che il presidente e insieme direttore generale Filippo Bonaccorsi avrebbe preso il doppio stipendio, infatti, fu l’allora sindaco Matteo Renzi: fu lui stesso a volere un solo dirigente in Ataf e a scegliere personalmente Bonaccorsi, che tra l’altro oggi lavora con lui a Palazzo Chigi come responsabile dell’edilizia scolastica.

Il fatto che le responsabilità politiche sulla vicenda siano dirette del premier e del suo giro ristretto è dimostrato dal fatto che la stessa ministra delle Riforme Maria Elena Boschi racconta di essersi fatta conoscere da Renzi proprio grazie ad una dettagliata relazione sulle scelte da operare per la privatizzazione dell’azienda del trasporto pubblico locale.

IL FINANZIERE AMICO CHE CHIUDE GLI OCCHI

ARTICOLO FATTO 28/8/2015 PAGG. 1 E 3

ARTICOLO FATTO 10/7/2015 PAG. 2

Il 10 luglio 2015 "Il Fatto Quotidiano" ha diffuso le intercettazioni sull'inchiesta Cpl Concordia che tirano in ballo, a vario titolo, lo stesso premier, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti, il sindaco Nardella e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, già indagato e poi archiviato nell'ambito dell'inchiesta sulla P4.


I dialoghi fanno capire molte cose sui motivi per cui Matteo Renzi è stato sempre trattato con i guanti per le poco chiare vicende che l'hanno visto coinvolto direttamente o indirettamente: dalle 'spese pazze' effettuate da Presidente della Provincia prima e sindaco di Firenze poi, passando per i fallimenti delle aziende di famiglia, fino ai debiti contratti e ripagati da Fidi Toscana con soldi pubblici.


Sulla vicenda la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta che pone una volta di più dubbi sull’ascesa di Matteo Renzi. Tanti avversari politici dell’attuale premier sono stati eliminati proprio da inchieste della Magistratura, su accuse poi rivelatesi infondate, salvo poi trovare alcuni responsabili della giustizia come collaboratori della stessa amministrazione comunale. Il nostro Paese non può avere un capo del governo che utilizza il potere come un dittatore


Adinolfi ha da molti anni ruoli di rilievo nella Guardia di Finanza toscana e fiorentina e oggi si scopre che gli esponenti renziani hanno fatto un tifo spudorato per lui, si sono frequentati e tramavano per aiutarlo. Quelle telefonate ci fanno temere il motivo per il quale su Renzi e i suoi sia stato chiuso più di un occhio. Pretendiamo che adesso il premier spieghi perché a quale scopo sosteneva così tanto Michele Adinolfi, che proprio in questi giorni è tornato a Firenze nel ruolo di Comandante in seconda.